



Manca poco
forse un passo, forse un pianto
come una voce spezzata,
un pugno di sole
contro il tramonto.
Sul fondo delle labbra
solo un ricordo,
un suono d'allegria appena nato,
un vortice di flauto
dentro un abisso.
Per arrivare alla grazia
basteranno le grida
dei nostri sguardi.
Avevo ginocchia sbucciate,
che ancora
mi fanno male,
su strade bianche di ghiaia
(o forse era neve?)
tu mi posavi un bacio
chiuso sopra una lacrima,
Ricordo il candore dell'aria
ricordo il tuo fiato
raccolto negli anni di buio,
di fame,
lungo i filari dei gelsi
e d'uva e di fichi rubati.
La piega della tua bocca
il ruvido delle tue mani
tutto sta fermo qui
-tutto è qui dentro-
fisso
come un chiodo piantato.
E quello che avevi da dire
tu
lo dicevi con gli occhi
e quello che tu mi insegnavi
io lo capivo col cuore.
Non sanno dire addio
i miei pensieri,
hanno sottili linee di partenza
rivolte verso un cielo di futuro,
senza spigoli d'ansia
senz'angoli di buio.
E sarà puntuale il mio salpare,
il mio navigare senza tema,
chè di domande alla vita non so più farne
e non ne ho più davvero
in queste tasche di vento e poco amore.
Ma ho piantato
nel giardino d'inverno,
semi dalla lunga attesa
e il mio tormento è
il rannicchiarmi tutta
nell'incavo-nido della tua mano
perchè ora io ti appartengo,
come frutto al fiore
come ramo alla radice penetrata.

Forse io non ho più sguardi
in cui cercare
l'accento del tuo fiato
sono in corsa con il vento
che mi attacca alla gola
a nuvole e sogni e acqua di cielo
e nella fretta di sciogliermi allungo i passi
accorcio le distanze
e un po' di petali e un po' di polvere
lascio sopra il cuscino
e un po' di me (non senti?)
in trame bionde, frangette scarmigliate
di sole
non raccogliermi, ti prego
lasciami del verde la rugiada addosso,
voglio cadere morbida
strappando con gli occhi l'arcobaleno
al cielo.

Dei pomeriggi di parole senza tatto,
d'inarrestabili grida
incisioni-ferite a sangue e
spine sulla pelle,
ora conosco il dolore.
Di questo cielo di carta
e foglie rosse d'acero
che danno poca ombra senza colore,
delle tue braccia di pioggia
che lavano il mio viso dopo l'arsura
come uno scorrere d'aghi
e cuciono e rammendano
i brandelli persi-dispersi
della mia faticata identità
rimane in me
qualcosa d' inseppellibile:
AMORE

Non mi resta che questo
poco fiato
appiccicato ai muri, agli anni,
forte
di un coraggio superiore
per la scarsa misura delle mie braccia
e
persino per il cielo, che non è abbastanza
per le ali che m'invento
e che non ho.
Di certo troppo poco
per sognare.
Ne sai qualcosa tu,
cuore di vento e di betulla
ultimo rifugio del mio amore,
amore ultimo mio,
prima della sera.

Sei nata figlia
-ed era settembre-
dal respiro spalmato a pugni
sui giorni dell'ultimo sole,
la calma dei platani in fila
e l'ombra che chiedeva sorrisi.
Poi,
anni di ginocchia sbucciate,
di favole e di fate inventate, e:
non mi lascerai mai
vero, mammina?
No, non ti lascerò mai
scricciolo biondo...
Mi trovo qui, ora,
in queste stanze rivolte all'indietro
-piango-
un bacio ancora
poi solo silenzio.

Mamma
insegnami l’azzurro del mare
Il canto del pettirosso,
il tappeto rosso
che il cielo stende al tramonto serale,
il vischio sulla porta a Natale,
la collina, la montagna,
Neruda e la rosa di sale,
il ramo che ricama l’inverno,
la volpe, il tasso, il bosco incantato
e l’albero di fiori incartato,
il remo che affonda nel fiume,
i sorrisi delle stelle alle lune,
la nave, l’ancora e la fune,
la neve di marzo
e le carezze che metti al mio cuore di quarzo.
Voglio solo te,
bambina mia dai capelli di grano
e il verde disteso dei tuoi occhi di prato
per questo cuore svuotato.

Grazie Cristina (barchedicarta) per questo tuo stupendo regalo che dedico a Valentina nel giorno del suo compleanno...
BUON COMPLEANNO VALENTINA, angelo mio!